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Presentazione dossier “precarietà e reddito”

Posted By Matteo On October 20, 2012 @ 3:43 pm In Articoli,Italiano | Comments Disabled

di ANDREA FUMAGALLI

Viviamo un periodo strano, quasi sospeso. Quasi fossimo in attesa di una deflagrazione che potrebbe avvenire da un momento all’altro (o forse mai?). Trascorsa una delle estati più povere e brevi degli ultimi anni, stretti nella morsa della crisi, l’autunno comincia con l’attesa, non solo dell’esito delle elezioni americane d’inizio novembre e delle sorti dell’Europa. E nello stesso tempo la nuova stagione segna la fine di un ciclo per quanto riguarda il lavoro e il processo di precarizzazione. La governance tecno-economica gioca contemporaneamente su più fronti. Da un lato, le politiche di austerity, con il loro carico nefasto di tagli al welfare, privatizzazioni, aumenti dell’Iva e delle imposte sui beni di prima necessità (vedi benzina), ci consegnano a un futuro di recessione, impoverimento e svalorizzazione della vita; dall’altro, assistiamo all’avvento del definitivo degrado, per via istituzionale e giuridica, della condizione di lavoro. Prima il collegato-lavoro del dicembre 2010 (che riduce sempre più lo spazio per il riconoscimento, per via di vertenza, dei pochi diritti del lavoro ancora esigibili), poi la riforma Fornero sulle pensioni e sul mercato del lavoro (con l’allungamento forzoso della vita lavorativa, la liberalizzazione dei contratti a termine e lo smantellamento dell’articolo 18, accompagnati da una non meglio precisata promessa di un qualche intervento minimo sugli ammortizzatori sociali e sulla loro eventuale estensione), hanno portato a compimento il processo di precarizzazione dell’attività lavorativa. Un processo iniziato nel 1984, una volta sconfitte le lotte sociali di fabbrica che avevano innervato il decennio precedente, che vanta come padrini sia le organizzazioni padronali che quelle sindacali, sia i partiti di centro-destra che i partiti di centro-sinistra.

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Sappiamo che nel corso di questi trent’anni, la precarietà è diventata la forma del rapporto capitale-lavoro e ha assunto connotati che vanno oltre la semplice dimensione lavorativa. Essendo venute meno le tradizionali dicotomie che regolavano e definivano la governance del lavoro fordista (produzione – riproduzione; produzione – consumo; tempo di lavoro – tempo di non lavoro; reddito – salario), oggi la condizione precaria è esistenziale, generale, strutturale. Il che significa che non è più possibile pensare di “abolire” la precarietà all’interno degli attuali assetti economici e proprietari. Con questo intendiamo affermare che qualunque intervento abbia come fine di “riformare” la condizione di precarietà senza porsi il problema del superamento dei fattori di sfruttamento economico e di vita (quindi capitalistici), che l’hanno resa “strutturale”, sono destinati alla sconfitta.

La precarietà definisce, infatti, una condizione dell’esistenza. Una condizione che presenta alcuni tratti comuni ed omogenei, pur esplicitandosi in condizioni lavorative e soggettive molto differenziate. Le caratteristiche comuni sono le seguenti. Sul piano economico-professionale: incertezza di carriera, intermittenza di reddito, dipendenza economica. Sul piano psico-soggettivo: autorepressione, individualismo comportamentale, egocentrismo, senso d’impotenza, illusione di emergere nel differenziarsi, stress psico-fisico, sindrome di accerchiamento. Tali tratti comuni sono comunque soggettivamente percepiti in modo diverso a livello individuale, a seconda della storia e dell’esperienza personale e culturale di ciascuno e ciascuna. La condizione precaria non è oggi ancora in grado di definire una classe “precaria”, poiché non può esistere un processo omogeneo di presa di coscienza. Diversamente da quanto avveniva per il lavoro manuale nell’epoca fordista, laddove era la condizione oggettiva di lavoro – in quanto “esterna” alla persona – a determinare il livello di coscienza di sé, nel bio-capitalismo cognitivo, la prestazione lavorativa viene quasi totalmente interiorizzata. Così la presa di coscienza o è auto-coscienza o non è. Di conseguenza, la consapevolezza della propria condizione di precarietà non può oggi nascere che dall’analisi critica di sé, sino alla messa in discussione della propria vita: ovvero, dal riconoscimento della propria “complicità” e “partecipazione” nel sistema di controllo biopolitico dei corpi e delle menti. In un simile contesto, il processo di coscienza può avvenire al di fuori della condizione strettamente lavorativa e presuppone un processo di soggettivazione degli individui che passa attraverso l’“infedeltà” al lavoro, propagandata dalla retorica professionalista e meritocratica. Processi di soggettivazione che si spostano dall’ambito del lavoro e che si applicano sempre più e sempre meglio alla mappatura della nostra vita lavorata. Processi atti a decodificare, a decostruire e a distruggere il messaggio che prova a ipnotizzarci. Processi propedeutici a nuove forme di conflitto che dobbiamo attrezzarci ad affrontare nel prossimo futuro.

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Per queste ragioni, proponiamo di combattere la precarietà nella precarietà. Nel bio-capitalismo cognitivo e finanziario attuale, la condizione precaria – l’impermanenza – è la condizione sociale per eccellenza, così come poteva esserlo l’operaio massa nel fordismo e l’operaio sociale nel post-fordismo.

Rimanere nell’alveo della sola vertenza giuridico-contrattuale-sindacale non è sufficiente. Non solo perché negli ultimi anni sono stati varati dispositivi legislativi finalizzati a ridurne l’efficacia, ma anche perché limitare il proprio intervento di insorgenza conflittuale nel solo ambito lavorativo non consente di cogliere le contraddizioni che si agitano oltre, nel tessuto sociale. Mai politiche del lavoro e politiche sociali si sono a tal punto compenetrate. Indire un referendum sull’art. 18 o sull’art. 8 della Legge Sacconi che consente deroghe ai contratti nazionali, pur condividendo le finalità “umane”, non risolve il problema. É banale ricordare che l’art. 18 riguarda oramai una sempre più ristretta cerchia di lavoratori e lavoratrici, la cui capacità contrattuale è sempre più ridotta e resistenziale. Il lavoro vivo che oggi sta alla base dell’accumulazione capitalistica ne è semplicemente escluso.

Se si vuole lottare contro la precarietà nella precarietà, occorre cominciare a intervenire su quegli aspetti della condizione lavorativa biopolitica che non si esauriscono nel solo tempo di lavoro certificato e remunerato, sempre più soggetto a forme disciplinari e di ricatto, ma sulle forme di espropriazione e sfruttamento della cooperazione sociale al cui interno, pur con diversa intensità, la condizione precaria si pone come perno centrale. Se la precarietà è la condizione lavorativa generale e se è attraverso di essa che si esplica l’espropriazione del comune, la battaglia per la costruzione di un welfare del comune (commonfare) è condizione propedeutica e necessaria (anche se non sufficiente) per incidere sulla precarietà e favorirne il superamento. A differenza del periodo fordista, non è la lotta per il lavoro e nel lavoro quella che può tracimare nella lotta per i diritti sociali di welfare, ma l’esatto opposto. Solo aggredendo le condizioni sociali si interviene sulle condizioni di lavoro. Non è un caso che la Legge Bossi Fini si presenta “ufficialmente” come legge che regola – in modo infame – i diritti di cittadinanza dei migranti: in realtà essa è di fatto una legge che interviene pesantemente nel mercato del lavoro. Non è un caso che le politiche di austerity, precedentemente ricordate, sono tutt’uno con gli interventi di riforma del mercato del lavoro e del welfare (pensioni, educazione e sanità). Favorire l’indebitamento (privato) degli studenti e dei lavoratori e delle lavoratrici al fine di poter accedere ai servizi sociali, non è che il lato complementare della precarietà lavorativa, strumento di controllo ed espropriazione e della cooperazione sociale.

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É partendo da questi assunti che vogliamo approfondire il tema del welfare del comune, partendo dal suo asse principale: la battaglia per un reddito di base incondizionato (RBI).

SI tratta di un tema che nel corso deli ultimi vent’anni ha avuto diverse declinazioni. Non ci interessa ora analizzare il dibattito che ha innervato le lotte recenti. Ci basta sottolineare che per noi il RBI è forma di remunerazione della cooperazione sociale, quindi del comune. Pertanto esso è in primo luogo variabile distributiva (non redistributiva). É una componente aggiuntiva del salario e/o sostituiva di quella mancanza di retribuzione che viene negata a quel lavoro produttivo (di valore) che oggi fuoriesce dalle misure tradizionali che si applicano al tempo di lavoro certificato come tale. É la remunerazione del tempo di formazione, del tempo di cura e della riproduzione, del tempo della mobilità, del tempo delle relazioni sociali. É una quota (sul cui ammontare solo il conflitto potrà dare risposte) della ricchezza sociale prodotta, che oggi viene privatizzata ed espropriata dal divenire rendita dei profitti. É quindi battaglia collettiva per il riconoscimento della produttività sociale che ogni individuo, cosciente o non cosciente che sia, agita, come membro (non importa se con la status di “cittadino” o di “migrante non riconosciuto”) costituente il “comune”. E come tale è necessariamente incondizionato.

Partendo da queste premesse, intendiamo con questo dossier approfondire le tematiche trattate. Il dibattitto sul reddito in Italia ha scontato da un lato la pregiudiziale lavorista soprattutto da parte sindacale e della sinistra più tradizionale (e infatti le mobilitazioni su cui maggiormente ci si impegna sono legate alla difesa del lavoro, a prescindere alla sua natura), dall’altro ha peccato di eccessiva astrazione teorica. É ora di inquadrare il tema nella sua praticabilità e realizzazione effettiva.

A tal fine, intendiamo affrontare diversi punti. In particolare i temi che verranno affrontati riguarderanno vari filoni di argomenti: reddito e composizione del lavoro vivo, con riferimento al tema della precarietà e al welfare del comune; reddito e soggettività, con riferimento al tema della vita sociale, autodeterminazione e libertà; reddito e fattibilità, alla faccia delle politiche di austerità; reddito e comune per una nuova prospettiva dell’agire politico e sociale.


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