Sul progetto del capitalismo contemporaneo: un aggiornamento

 

di MARCO BERTORELLO e DANILO CORRADI

La crisi da strutturale si va trasformando in sistemica nella misura in cui l’economia di mercato, nel suo produrre disfunzioni e inefficacia, dà vita a un crescente mancato consenso sociale. L’incapacità di quest’ultimo di riversarsi su un progetto alternativo consente all’attuale sistema di permanere ancora saldamente in sella. Ma allo stesso tempo è sempre più evidente il distacco in ordine sparso e atomizzato, e qui sta il limite che sviluppa impotenza, di importanti segmenti della società. Il problema sarà come passare dal mancato consenso al dissenso, dalla critica alla proposta. Quello che intanto appare come un dato ineliminabile è l’incapacità concreta di uscire dalla crisi da parte delle attuali classi dirigenti. Restando quindi su questo punto, sono necessarie alcune considerazioni per comprendere come sia in corso una sorta di fine dell’Impero a cui è sempre più urgente contrapporre un’alternativa, pena il rischio che forze centrifughe e di destra prendano il sopravvento. Se ci convinciamo seriamente della parabola da fine dell’Impero allora saremo costretti a prendere più seriamente anche la necessità di un’alternativa radicale, capace di uscire dagli schemi politici, economici e sociali che il Novecento ancora riversa sul nuovo secolo.

Lo scorso anno di questi tempi ragionavamo [Quale progetto persegue il capitalismo contemporaneo?, 4/07/2013] su quale fosse il disegno secondo il quale si poteva uscire dalla crisi attraverso politiche economiche di rigore che in definitiva apparivano recessive. Si badi che quando parliamo di politiche di rigore intendiamo quell’insieme di politiche economiche che prevedono la stabilizzazione dei conti pubblici, come si sono affermate in Europa da almeno un decennio, coniugate con una progressiva e crescente marginalizzazione della forza lavoro. Se queste non stanno dando i risultati sperati, lo stesso si può dire delle politiche monetarie espansive o del sostegno alle produzioni locali piuttosto che alla domanda, come avviene in Usa e Giappone. Anzi la traiettoria europea dell’austerità e quella del cosiddetto keynesismo finanziario hanno in comune l’affermarsi di diseguaglianze crescenti, la messa sotto scacco del lavoro, la precarizzazione generalizzata, in definitiva il primato del mercato sulla società. L’austerità, l’esaurimento del ceto medio, la proletarizzazione si affermano in Europa quanto in America. Qui sta la crisi strutturale che alimenta quella sistemica. Nel suo ultimo libro Stiglitz [Il prezzo delle diseguaglianze, Einaudi, 2013, p. XX] afferma che se i mercati fossero stati in grado di rispettare le loro tradizionali promesse di crescita generalizzata, o perlomeno diffusa, «avrebbero potuto essere perdonati» per i peccati praticati dalle imprese, per l’inquinamento prodotto, per lo sfruttamento e più in generale per le diseguaglianze affermatesi. Ma il punto è che alla crescita di queste ultime ha corrisposto un impoverimento diffuso e il mancato sogno di una, seppur minima, mobilità verso l’alto. Quando la divaricazione sociale va affermandosi, in quanto da un lato i ricchi diventano sempre più ricchi e al contempo i poveri sempre più poveri, allora i termini del consenso diventano insostenibili.

Lo scorso anno individuavamo la spiegazione delle scelte recessive del rigore in una duplice direzione: economica e politica. Non vedendo una fine immediata della crisi il settore dell’export era indicato come l’unico trainante per una possibile, per quanto non ancora all’orizzonte, ripresa. Cioè le esportazioni, attraverso i processi ritenuti irreversibili di globalizzazione e di crescita dei paesi emergenti, erano considerate il potenziale volano per un recupero negli investimenti come nei consumi interni. Per perseguire quella che era ritenuta l’unica strada certa del momento si era disposti a risolvere radicalmente lo scontro tra capitale e lavoro. Comprimere diritti e salari, dunque, come via maestra per recuperare produttività e fette di mercato globale per l’industria autoctona. A questa prospettiva noi opponevamo l’obiezione che persino in un paese tradizionalmente orientato all’export come l’Italia il contributo di questo settore al Pil nazionale era inferiore al 30%, rendendo difficile pensare che tale porzione di ricchezza potesse a breve essere rimpinguata fino a diventare il motore di una ripresa generalizzata per un paese di oltre 60 milioni di abitanti. Ridurre i salari per ottenere crescita rischiava di porre un’ulteriore ipoteca alla coesione sociale e alla tenuta per il sistema paese. Quello che non negavamo però era la possibilità che almeno l’export potesse tirare e potesse rappresentare un ancoraggio, benché insufficiente.

La crisi invece si sta rivelando ben più profonda. Le attese ottimistiche del governo Monti vengono smentite. Nel 2012 il Documento di Economia e Finanza-Programma di Stabilità, quello che fino a due anni fa si chiamava il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria (DPEF), sottolineava come l’Italia, nel confermarsi il settimo esportatore mondiale, vedeva accrescere i livelli di esportazione nel corso del 2011 per una percentuale pari all’11.4, superando di ben 7 miliardi i valori del 2008, cioè di fatto quelli antecedenti agli effetti della crisi. Inoltre metteva in evidenza come i risultati più dinamici fossero rappresentati dagli scambi verso i paesi extraeuropei. E concludeva con la previsione che, benché potessero permanere elementi congiunturali negativi, le esportazioni italiane «continuerebbero a espandersi nell’orizzonte di riferimento» [Ministero dell'Economia e delle Finanze, Documento di Economia e Finanza 2012, p. 8]. Tale approccio è stato confermato anche per il Documento del 2013, nonostante lo svilupparsi di un 2012 ben al di sotto di quasi tutte le più fosche previsioni (gli unici che avevano previsto una decrescita del Pil superiore al 2% sono stati quelli del Fmi). Il ragionamento strategico del governo Monti resta immutato: «La domanda internazionale, dopo il rallentamento osservato nella seconda metà del 2012, è attesa in graduale ripresa, favorendo così la crescita delle esportazioni» [Ministero dell'Economia e delle Finanze, Documento di Economia e finanza 2013, p.6]. Cioè, nonostante il ridimensionamento dell’andatura economica del 2012, la profonda crisi europea, il ridimensionamento delle attese di crescita per paesi come la Cina, la debole e assai sperequata ripresa negli Usa, le attese secondo le classi dirigenti italiane sono tutte orientate all’export. L’ottimismo della volontà a volte fa miracoli. La politica e l’economia, il governo dei tecnici e la Confindustria, dentro alla crisi e alla depressione sul fronte interno sembrano avere una sola pallottola che si sta rivelando sempre più spuntata. L’export appare chiaramente non come la soluzione del problema, ma un modo per prendere tempo, per resistere, aspettando tempi migliori, e nel frattempo sovvertire ulteriormente i rapporti tra le classi sociali a tutto vantaggio di quelle dominanti.

I dati più recenti, però, rivelano come persino questo settore non sia al riparo della crisi, specificatamente di quella europea. D’altronde non potrebbe essere diversamente, considerato che i principali paesi esportatori europei riversano le loro merci prevalentemente all’interno del vecchio continente. In Italia i dati di febbraio 2013 parlano di un ridimensionamento dell’export italiano su base annua del 2.8%, dovuto al drastico ridimensionamento delle esportazioni dentro alla UE, pari a -6.6%, e ad un modesto incremento di quelle extraeuropee, +2.1%. Il crollo avviene soprattutto verso la Germania, che rappresenta il principale luogo di sbocco dei prodotti made in Italy, con un vistoso -9.7% [L'Europa gela l'export made in Italy, in Il Sole 24 Ore, 17/04/2013]. Il dato più preoccupante è costituito dai comparti che vivono la frenata, cioè il mobile e il tessile, ma soprattutto la meccanica strumentale che costituisce il settore che garantiva il maggiore avanzo commerciale all’interno del manifatturiero italiano. Alla crisi europea non corrisponde un ruolo trainante dei paesi fuori dell’Europa. C’è una sorta di sfasatura, perlomeno temporale, tra la volontà di esportare di paesi come l’Italia e la capacità crescente, ma ancora modesta, dei paesi emergenti di acquistare merci occidentali. Paesi come i BRIC, d’altronde, sono anch’essi prevalentemente orientati all’export e difficilmente potranno riorientare i loro assetti industriali e di consumo verso uno sviluppo autoctono, basato su crescita interna e importazioni.

La crisi, dunque, si mostra sempre più virulenta e la scorciatoia della via dell’export appare piuttosto effimera e inconsistente per un paese complesso e articolato come l’Italia. Le vie d’uscita non possono essere perseguite attraverso una cinesizzazione dell’Italia, con salari sempre più bassi e produzioni da collocare prevalentemente all’estero, dentro una folle rincorsa iper-competitiva verso il basso. D’altronde esistono da un lato problemi cronici di bassa produttività delle produzioni italiane e una specializzazione eccessivamente sbilanciata su merci low tech, ma soprattutto nella logica competitiva contemporanea nessuno resta fermo. Tutti i paesi europei guardano all’export come a una soluzione nell’immediato, riducendo la sua carica risolutiva. Se un paese soltanto punta su uno sforzo volto a far crescere la propria base espansiva nel commercio estero può avere qualche chance, come è avvenuto anche in passato, ma se questa diventa la trama per tutti si trasforma in una soluzione per nessuno. Gli spazi diventano claustrofobici e il passaggio diventa sempre più stretto.

Emergono, così, i limiti strutturali di un sistema che non riesce a riprendersi, nonostante abbia attenuato la destabilizzazione sul fronte finanziario, e che dimostra che è sul fronte dell’economia reale che si affermano le più gravi contraddizioni. Se la finanziarizzazione è stata lo strumento per tentare di attenuare i limiti nell’economia reale, l’esplosione della prima non conduce certo alla soluzione della seconda. Questo intreccio all’insegna dell’inefficacia è la cifra dei nostri tempi. Tentare nuove strade radicalmente diverse può rappresentare una possibilità concreta per uscire dalla crisi e non per indorare la pillola. Sui contenuti si è esaurito lo spazio per la moderazione.

 

 

 

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