Timira: esistenza meticcia in un romanzo meticcio, per una critica al concetto d’identità

 

di MARIANNA SICA

Avere tra le mani Timira, Romanzo Meticcio (Einaudi 2012) – libro scritto a sei mani dal “cantastorie” del collettivo Wu Ming che ha scelto di far proprio il numero 2, Antar Mohamed e Isabella Marincola – prima ancora di averne attraversato gli innumerevoli sentieri che apre e invita a percorrere, permette al lettore di percepirne la sfida: una critica profonda al concetto di identità, declinata attraverso l’esperienza di vita della sua protagonista e al contempo sul piano autoriale.

Non ancora del tutto immersi nella insolitamente ricca, dura e paradigmatica vita di Isabella Marincola – o almeno è così che appare a noi, donne e uomini Occidentali del XXI secolo, tanto disabituati a significare le nostre vite sul piano dell’esperienza quanto bulimici delle esperienze e delle vite degli altri: personaggi di talk-show, eroi di carta e di schermo – Timira pone immediatamente delle domande: chi è l’autore di questo romanzo? Perché compaiono tre nomi in copertina se gli autori, ci hanno detto, sono due? Ma Timira, è il titolo del romanzo, il nome della protagonista, l’autore o cos’altro?

Capiamo subito, prima ancora quindi di farne esperienza di lettura, che questo romanzo mette in discussione il concetto stesso di narrazione, concepita come individuale, e della scrittura usata come strumento privato e unidirezionale, che va da un autore che decide e definisce una volta per tutte cosa narrare, ai lettori, molteplici, che ne captano, a partire da diversi punti di vista un messaggio, un’immagine, un’esperienza, facendola propria in base all’ interpretazione assegnatale.

Con Timira la narrazione della vita di una donna e delle tante esperienze che ne hanno segnato l’esistenza diviene “collettiva” già nella forma che assume prima ancora dei contenuti che sarà capace di veicolare e affidare alla fantasia dei lettori, ai nuovi significati, interpretazioni, vite che (si spera) il testo acquisirà.

Nel “romanzo meticcio” la scrittura non è egocentrica ma “conviviale”; non c’è un autore che decide, stabilisce, traduce letterariamente la storia di un’esistenza; non c’è testimonianza da un lato e scrittura dall’altro. Testimone e scrittore non sono dunque entità separate, qui esperienza e letteratura uniscono con un filo rosso tre vite, meticce anch’esse, che durante la scrittura si scopriranno come resistenti ad etichette identificanti, a confini dati e delimitanti.

Timira fa del genere letterario del memoir, biopic, autofiction una narrazione collegiale, aperta, come “collettiva” è la costruzione della vita che ha il compito di raccontare, di trasporre. Senza relazioni, confronto, esperienze con e grazie all’altro non ci sono esistenze di donne e uomini, per questo, soprattutto tale genere letterario, in cui Timira in modo fluido si colloca, non può acquisire forma privata, individuale, data una volta per tutte.

Timira sfugge alle tradizionali classificazioni letterarie: non è scrittura coloniale, anche se narra la storia, troppo spesso taciuta, del colonialismo italiano; non è scrittura postcoloniale sebbene si sviluppi tutta dentro la “condizione postcoloniale” e si declini come esperienza di resistenza. Non è una biografia anche se Isabella Marincola è presente in ogni frese, immagine ed espressione che compone il romanzo, ma non è neanche autobiografia, Isabella non scrive una sola parola di questo romanzo. Timira è tutto questo e altro ancora. Ed è questa la sua forza. È una storia potente di resistenza, una storia di decolonizzazione. È il “genere razzializzato” che rompe la norma e sfida le convenzioni razziste e sessiste nell’Italia del dopoguerra e degli anni Novanta. Isabella è una donna potente, caparbia, piena di dignità ed insieme una donna dura e spigolosa. Solo così avrebbe per altro potuto attraversare testardamente un mondo che sa essere razzista e sessista sempre e in modo diverso. A Roma e a Mogadiscio una donna meticcia è sempre una puttana e la dignità di Isabella è pari solo alla sua capacità di andare oltre.

Isabella non teme le esperienze e non arretra dinanzi a quelle non propriamente scelte. La sua storia è immediatamente possibilità di attraversare e ri-scoprire pezzi di Storia, con un’ottica altra capace di mettere in discussione immaginari stratificatisi in anni di silenzi e inquinate narrazioni, questa volta non letterarie ma con la pretesa e l’etichetta dell’“ufficialità”.

Così Timira, ci fa percorrere spazi e tempi diversi, che si sovrappongono e ibridano quasi a manifestare l’intimo e negato legame che li unisce: Somalia e Italia, occupazione violenta della terra “barbara” e fascismo, Impero, leggi razziali, e poi la guerra e la lotta di Resistenza, l’Italia del boom economico e la Somalia di Siad Barre prima e della guerra civile successivamente. E non mancano espliciti i legami e i lasciti del colonialismo di conquista fino agli anni Quaranta ma di fatto proseguito sotto forma di protettorato fino agli anni Sessanta e di cui risente oggi un paese in cui si combatte ancora. Questa fetta di Storia, sepolta e distorta, viene illuminata attraverso la lente degli anni Novanta, il presente narrativo da cui si dipartano pesanti e numerosi i flash-back rivolti a quel passato. E gli anni Novanta sono un presente tutt’altro che neutro, reintrecciano i fili delle nostre storie e delle nostre paure, quelle di un’Italia frustrata, spiazzata, precaria, dalla Guerra del Golfo a Tangentopoli, dalla strage di Capaci alla Seconda Repubblica e alla crescita della Lega Nord e del razzismo, duro e cieco contro i migranti, che diventano “extracomunitari”. I piani differenti attraverso cui si dipana la trama tendono a spiazzare il lettore, come Isabella Marincola ha spiazzato i suoi interlocutori nell’intero corso della vita.

Isabella nata nel 1925 a Mogadiscio da Giovanni Marincola, maresciallo italiano in assetto coloniale, e da Ashkiro Hassan, quando ancora il “madamato” era incoraggiato tra le truppe d’occupazione, investirà la sua intera esistenza a ripulirsi da qualsiasi etichetta: profuga, somala, italiana, nessuno di questi identificanti le appartiene o la contiene. La sua storia meticcia, rimanda al riconoscimento, non sempre scontato tra i militari italiani, dei due figli avuti da Marincola nella Somalia fascista. Poi Isabella e il fratello Giorgio cresceranno in Italia. Ma in Italia Isabella nontroverà mai una vera casa finendo per ritrovarsi profuga in patria negli anni Novanta mentre la Somalia è lacerata dalla guerra civile. Roma, Bologna, un letto di ospedale e la Val di Fiemme poi ancora Bologna, da un tetto all’altro, ospite spesso sgradita, prima di trovare una casa grazie all’intercessione della Madonna dei colli. Sulla pelle di Isabella si iscrive indelebile la parabola brutale del razzismo nostrano, le sue differenti declinazioni che rimandano all’esperienza coloniale, un colonialismo mai di popolamento, ma affidato all’eccellenza e all’ordine, dentro la norma maschile eterosessuale bianca che costituisce il fondo della narrazione della nazione e della costruzione dell’identità del maschio italiano.

Se l’Italia fascista delle leggi razziali ha partorito un razzismo che Isabella avvertirà solo con un ingenuo peso sul suo corpo di donna, selvaggia, esotica, sensuale, quando negli anni Novanta ritornerà in Italia, dopo un periodo passato a rammendare le sue origini, frammentate e ignote, in Somalia ritroverà un razzismo più aggressivo, prodotto di un‘Italia politicamente insicura e impaurita.

Isabella però non ha mai accettato la marginalità nella quale l’Italia, il suo paese, ha tentato caparbiamente di rinchiuderla, ma ha rivendicato da subito il suo corpo sensuale, rovesciando la violenza e l’ignoranza rivolte contro di lei in possibilità per emergere e colpire essa stessa, così con quel corpo fu modella, attrice, calpestò palcoscenici teatrali, occupò la cinepresa di abili registi, non studiò Dante per diventare un fenomeno da baraccone di cui l’italiano medio-fascista potesse andare fiero ma si nutrì di cultura e di storia per opporre una risposta ostinata e contraria ad un corpo politico e culturale trincerato dietro revisioni fasciste, colonialiste e razziste. La sua direzione fu quella della Resistenza vissuta da costante partigiana per un’intera vita, mai dimentica di suo fratello, Giorgio Marincola, che la Resistenza al regime la combatté in trincea, perdendo la vita in Val di Fiemme, nel maggio del ‘45 vittima delle truppe tedesche in ritirata. La Resistenza di Giorgio ha rappresentato per Isabella un punto di fermezza e fierezza, dal quale praticare la propria lotta fatta di immaginazione e costruzione di un’Italia altra.

Una storia come questa ci spinge e quasi ci impone di ri-scoprire il passato coloniale italiano nell’ottica di ciò che ha seminato e prodotto, a livello politico, sociale, economico; a ri-collocarlo come processo di creazione di immaginari e degli stessi concetti d’identità nazionale, in Italia come in Somalia. Una donna come Isabella Marincola ebbe tre mariti, due in Italia e uno in Somalia, dove scelse di chiamarsi Timira Mohamed, segno esteriore della volontà di autodeterminarsi e rivendicare la propria esistenza meticcia. È una figlia del colonialismo che ha saputo ribaltare l’esclusione in possibilità, le negazioni in affermazione di un’identità fluida, aperta, in continua evoluzione, che non aspetta di essere riconosciuta ma che si fa, da sé, rovesciando qualsiasi etichetta e rifiutandole tutte. È anche per questo che non poteva accontentarsi di racchiudere la sua tenace e difficile esistenza nella narrazione di uno scrittore, maschio, bianco.

È qui, alla fine della sua esistenza, vediamo ancora tutta Isabella\Timira ribaltare – forse inconsapevolmente ma a noi piace pensare di no – un’ultima categoria autoritaria ed escludente, quella dell’Autore, univoco e intoccabile. E con un “Romanzo Meticcio” ci saluta, questa donna tanto dura quanto straordinaria, con la messa in discussione di un altro dogma, questa volta letterario, spinta dalla consapevolezza che la letteratura non è lettera morta, che oltre Dante c’è molto da scoprire e ancora da scrivere, che “il” Canone non è chiuso e potrebbe non essere unico, e che se proprio s’adda fare che si riapra e che se ne facciamo dieci, cento, mille fluidi, aperti in continua evoluzione.

* Rimandiamo alla puntata del 18 Luglio di Radio UniNomade in cui abbiamo presentato Timira-Romanzo Meticcio (Einaudi, 2012) discutendone con Wu Ming2 e Antar Mohamed : http://uninomade.org/trasmissione-radio-di-mercoledi-18-luglio/ (dal min. 84.49).

 

 

 

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