Un orizzonte sovranazionale per rompere la trappola del debito

 

di CHRISTIAN MARAZZI

Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza di François Chesnais è un saggio sulla «geometrica potenza» dei mercati finanziari, un manuale prezioso, rigoroso e molto documentato, per i movimenti di resistenza contro gli effetti devastanti della finanziarizzazione che da trent’anni domina il pianeta, distruggendo l’esistenza di milioni di persone, l’ambiente e la democrazia. L’analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del modello fordista e del sistema monetario di Bretton Woods fino alla crisi dei debiti pubblici e della sovranità politica di oggi, ha al suo centro la divaricazione tra profitti e condizioni di vita, di reddito e di occupazione, che da tempo è all’origine della produzione di rendite finanziarie, del «divenire rendita dei profitti», quel processo che dalla crisi dei subprime del 2007 alla crisi dell’euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a a salvare il potere dei mercati finanziari. Una crisi la cui funzione è esplicitata in un documento del Fmi del 2010: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito», una vera e propria strategia da shock economy, come Naomi Klein ci ha ben spiegato.

Ma il libro di Chenais è anche un programma per la costruzione di un movimento sociale europeo, un movimento che deve porsi la questione della lotta contro i «debiti illegittimi», odiosa conseguenza delle politiche di sgravi fiscali degli ultimi vent’anni, dei piani di salvataggio del sistema bancario e della speculazione finanziaria sui debiti pubblici che sta aggravando pesantemente il servizio sui debiti, ossia gli interessi che gli stati devono pagare sui buoni del tesoro. Il «governo attraverso il debito», dove il debito è il riflesso speculare della polarizzazione della ricchezza e delle misure per ammortizzare il crollo bancario e finanziario, non è accettabile e va rifiutato: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e lacerare quel che resta dei beni comuni e delle spese collettive indispensabili per tenere assieme la società. Come ha scritto Cédric Durant, riassumendo la proposta di Chesnais, «ciò significa interrompere i rimborsi – una moratoria – e stabilire chiaramente chi sono i creditori – attraverso un audit – al fine di stabilire la parte di debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata».

È quanto propone il Comitato greco contro il debito, il primo paese in cui sia stato creato un comitato nazionale che ha consentito la creazione di comitati locali: «Il primo obiettivo di un audit è quello di chiarire il passato. Cosa ne è stato del denaro di quel prestito? A quali condizioni si è concordato quel prestito? Quanti interessi sono stati pagati, a quale tasso, quale quota di capitale è stata rimborsata? Come si è gonfiato il debito senza che questo andasse a vantaggio dei cittadini?». Imponendo di aprire e di verificare i titolari del debito pubblico, il movimento per l’audit civile osa l’impensabile: avanza nella zona rossa, nel sancta sanctorum del sistema capitalistico, lì dove, per definizione, non è tollerato alcun intruso.

A modo suo, ma coerentemente con il principio di trasparenza e di sovranità popolare che sta alla base dello Stato-nazione, Papandreu ci ha provato con la proposta di referendum popolare sulle misure d’austerità imposte dalla Unione europea. Ma la sua idea è durata lo spirare di un giorno, e se ci fosse riuscito è realistico pensare che ci sarebbe stato un colpo di Stato. Il che ci costringe a porre la questione, centrale nella lotta contro la schiavitù del debito, di quale sia il terreno sul quale mobilitarsi. L’idea della moratoria, dell’audit, del diritto all’insolvenza è sacrosanta, ma dove partire?

Nella configurazione odierna del capitalismo finanziario, in particolare nell’Europa dell’euro dominata dai mercati finanziari e da una Banca centrale che ad essi ha delegato la monetizzazione dei debiti pubblici, il diritto all’insolvenza va declinato in modo tale da evitare qualsiasi forma di «sovranismo», di affermazione del primato dello Stato nazionale a fronte della dittatura dei mercati finanziari. E questo per una ragione tanto semplice quanto stringente: la rivendicazione dell’insolvenza su scala nazionale creerebbe una situazione di autarchia economica, di totale chiusura verso il resto del mondo, di non accessibilità alle fonti di finanziamento ma, soprattutto, di impossibilità di generalizzare la mobilitazione sociale al resto dell’Europa. Non è solo una questione pratica, per così dire. Si tratta di capire che la logica della finanziarizzazione, come d’altronde emerge dal libro di Chesnais, la logica del «governo attraverso il debito» ha la sua origine nel rapporto fondamentale tra capitale e lavoro, tra plusvalore e lavoro necessario. Il capitalismo fnanziario ha globalizzato l’imperialismo, il suo modus operandi attraverso la «trappola del debito», dell’indebitamento pubblico e privato, per realizzare-vendere il plusvalore estratto dal lavoro vivo. Il debito, nello schema imperiale, è la faccia monetaria del plusvalore, dello sfruttamento universale della forza-lavoro, ed è una trappola perché impedisce al lavoro vivo di affrancarsi dallo sfruttamento, di autonoimizzarsi dal rapporto di dipendenza e di schiavitù che è proprio del debito.

La lotta contro il debito, il diritto all’insolvenza, deve partire dalla mobilitazione del lavoro vivo contro la natura debitoria del plusvalore, quella stessa che si esercita su scala nazionale nel rapporto diretto tra capitale e lavoro e che oggi vede gli Stati come articolazioni locali di un capitalismo finanziario globale.

Partire da questo livello, dal lavoro vivo contro il capitale, significa ad esempio organizzare gli studenti e le loro famiglie indebitate per affermare il diritto allo studio e alla sua libertà. Significa cioè soggettivare il diritto all’insolvenza, sottraendolo alla trappola del debito come dispositivo di esercizio di un potere globale contro il quale concretamente mobilitarsi indicando soggetti e forme di lotta.

* Pubblicato su “il manifesto”, 16 dicembre 2011

 

 

 

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