Chi ha paura del default cattivo II – la vendetta

 

di SANDRA DEE

Non sono mai stata sostenitrice dello stato-nazione, nè convinta della salvezza proletaria attraverso la sovranità statuale.

Peraltro, il “commissariamento” di una nazione [la settima (?) potenza del mondo] dovrebbe scuotere le coscienze e indurre, quantomeno, al ragionamento.

Ciò non è.

E, come si vedrà, non (o non soltanto) per sciovinismo o servilismo.

Motore di ogni atto, destrorso o sinistrato che sia, è la compressione del comune, la disgregazione delle moltitudini (meglio impedirne la coagulazione).

La prima cosa che intendo, partigianamente, sottolineare, è come, anche in questa grave ora, il primo pensiero del riformista incallito sia quello di menarlo ai comunisti (anche questo, si vedrà, ha un senso).

Scrive un tale su Repubblica: vi è nel concetto di commissariamento l’idea di un forte potere, esterno e superiore, che vuole essere presente ed efficace in un contesto, o in un territorio, tanto con lo scopo di esercitarvi un controllo duraturo, quanto per fronteggiare una situazione straordinaria, di crisi o di emergenza. E vi è al tempo stesso l’idea che questa volontà superiore si serve di un fedele ed energico esecutore subordinato (il commissario), strettamente vincolato al proprio mandato: è per raggiungere l’obiettivo assegnatogli che il commissario semplifica e accelera le procedure usuali e si sostituisce, in via temporanea o permanente, alle istituzioni ordinarie, ovvero ne  assume la guida e il controllo.

Dalli al nemico giurato! Verrebbe da pensare ad uno dei soliti strali antisilvio, e invece no! Tanto si rigira che si arriva al vero nemico di sempre, lo spiritello inquieto del ’48….questo concetto è presente anche nel bolscevismo, tanto che fino al 1946 in Urss i ministri erano definiti ‘commissari del popolo’; inoltre grande spazio nel mondo comunista  ebbe la figura del ‘commissario politico’, incaricato dal Partito di vigilare con grande severità sulla lealtà e sull’affidabilità ideologica dei reparti delle forze armate e di altre articolazioni dello Stato. Nella storia politica moderna il potere del commissario diventa tanto più ferreo e stringente quanto più astratta e generica diventa l’autorità superiore al cui servizio gli si pone (il popolo, la rivoluzione, il comunismo).

Che c’azzecchi il baffo con la situazione attuale resta un mistero noto ai soli eletti di Repubblica. Probabilmente è frutto solo del latitare di idee e desiderio di spargere letame su un’idea che si teme perché sola, e all’unisono, affosserebbe “Repubblica” e “res publica”.

Prosegue l’informativa: nel caso del “commissariamento” del governo Berlusconi, spinto ad anticipare al 2013 il pareggio di bilancio attraverso una dura manovra di tagli alle spese pubbliche,  si può dire che la Bce (con la sua lettera) ha il ruolo di commissario, e che la sopravvivenza dell’euro  -  che sta a cuore, per diversi motivi, soprattutto a Francia e Germania  -  è l’autorevole ragione superiore, la sovranità a cui il governo italiano, commissariato, è stato indotto a inchinarsi (ah, queste plutocrazie!)

Se ciò fosse, e si spera che sia, l’agire europeo sarebbe ben condivisibile e il commissariamento della sovranità italiana (quella che a memoria d’uomo è servita solo a seppellire i vari Giuliani, Ardizzone, Serri, Reverberi e Farioli…) momento di giubilo per chi tale sovranità ha sopportato dolente.

Leggere i giornali di oggi è, poi, interessante perché è possibile, traendone -novelli giustiniani- il troppo e il vano, ricavare gemme di verità e menzogne puzzolenti.

Massimo Gramellini, su La Stampa individua, pur felpato dall’odio anticasta tipico di chi casta è o è stato, il vero oggetto della manovra (di tutte le manovre desiderio del biocapitale): “pare proprio che a salvare la patria in mutande dovranno essere i pensionati. Decine di migliaia di lavoratori che dopo avere sgobbato fin da ragazzi e pagati contributi previdenziali per decine e decine di anni, arrivati a poche buste paga dal traguardo stanno per sentirsi dire che la loro pensione è diventata un lusso insostenibile.

Pare un assolo fuori tema, ma è la sola cosa congruente con lo spirito dei mercati.

Sempre su La Stampa, il pensiero di Jeremy Rifkin (che evidentemente non ha mai vissuto con la cassa integrazione in un bilocale di edilizia pubblica a Begato)  è così riassunto: -) dalla fine degli anni settanta non viviamo grazie alla ricchezza che produciamo, ma bruciando i risparmi (1- è una cazzata, la finanza produce ricchezza; 2- se guadagnassimo di più non avremmo necessità di bruciare i risparmi); -) dopo i privati cittadini anche i governi hanno cominciato a finanziare le proprie attività contraendo debiti (il modello va invertito, i cittadini hanno semmai speso di loro, poiché defraudati di ogni tutela del welfare); -) (a proposito delle materie prime) il loro costo, a partire da quello del petroli è aumentato a causa della crescente domanda dei paesi emergenti [1- il barile ha chiuso ieri a 81,83 dollari, meno che durante la crisi degli ostaggi di 30 anni fa, 2-magari la continua fluttuazione è dovuta alla speculazione che trova nelle materie prime terreno assai fertile; -) (quanto alla globalizzazione) noi occidentali l’abbiamo interpretata come un’opportunità di consumo invece che di produzione…. e qui il commento si perde nel mio smodato desiderio di merce…

Rimaniamo su la Stampa dove il banchiere del papa (la definizione è loro) ci dice la sua che -comunque, pur venuto meno il dogma dell’infallibilità- è sempre rilevante.

Utilizzare i risparmi e convertirli in obbligazioni (ecco il titolo).

Per superare la crisi non bisogna usare il denaro delle famiglie per ridurre il debito pubblico con patrimoniali che prevedano prelievi forzosi dai conti correnti, bisogna invece convogliare parte del risparmio liquido disponibile nel rafforzamento delle medie imprese, attraverso obbligazioni convertibili a dieci anni. Occorre in primis un consenso comune sul fatto che solo un periodo di austerità gestito in modo integrato, … la vera chiave per tornare a crescere…. le obbligazioni dovrebbero essere collocate dalle banche e possibilmente in base a proposte fatte dalle locali associazioni degli industrialiquesta strategia garantirebbe nuove risorse per gli investimenti oggi non ottenibili dalle banche e dai fondi, produrrebbe piani di crescita più aggressivi (altro che quel bamboccione di Marchionne, magari si potrebbero riattivare i sabati fascisti o la schiavitù) rafforzerebbe l’occupazione e offrirebbe persino maggiori garanzie alle banche per i loro finanziamenti. Altra proposta è di porre quote specifiche delle partecipazioni statali soprattutto di quelle strategiche nei settori dell’energia e della difesa a garanzia reale del debito stesso per attrarre nuovi investitori (tipo la BCE che pignora la folgore?) e sostiene infine che di fronte a emergenze gravi una percentuale del debito pubblico e non certo quella in mano alle famiglie, potrebbe venire congelata per un periodo accettabile…(lo stato potrebbe rinunciare per un qualche tempo a ricomprare i titoli che si è comprato?).

Ma San Giovanni non vuole inganni (almeno così mi ammoniva il curato quanto baravo al calciobalilla).

Ecco la verità (sempre da La Stampa, cronaca locale): depositi bancari: gli imperiesi sono votati al risparmio. Contro la crisi le famiglie giocano in difesa tagliando un pò le spese per aumentare il risparmio.

Secondo il Sole 24 ore la media dei conti per nucleo famigliare a Imperia è salita a € 18.874 ed  è cresciuto del 2.7% nel triennale periodo di crisi, a Genova è il valore è salito del 6.7% e a La spezia del 4,6%. In testa alla graduatoria c’è Rimini con € 32.445 di depositi bancari per nucleo famigliare.

Ovviamente destra e sinistra si affermano liberisti incompresi e incolpano la controparte di non avere da tempo posto in essere quelle misure lacrime e sangue (sono triti e tristi anche nell’uso tralaticio delle espressioni) che da sempre il vero riformista auspica; funambolo dell’economia applicata al nulla l’on. Letta su Repubblica (pg. 11): domani al PD ci riuniremo per mettere a punto la situazione. Certo è che sostituiremo del tutto le nostre bandiere con quelle tricolori (come programma per uscire dalla crisi non è male).

Sintomatico Brunetta (da Il Giornale, pg. 4): la crisi può essere un’opportunità per interrogarsi sui limiti del nostro paese per spingere sul pedale delle riforme. Dobbiamo convincere i mercati (alla faccia della sovranità nazionale, ecco chi comanda) che siamo un paese sano (rectius, i nostri risparmi lo sono, e il mazinga delle libertà, per questo, li brama) capace di crescere, competere e soprattutto onorare il nostro debito nel lungo periodo.

Nessun problema quindi, il Giornale lo assicura dopo avere sbirciato su twitter quanto postato da Van Rompuy (che non è un gregario di Merckx) accolgo con favore le decisioni prese durante il fine settimana sia a livello europeo sia nazionale in Italia e Spagna per rafforzare la disciplina fiscale e la crescita e da parte della BCE per quanto riguarda lì attività di implementazione del suo programma per i mercati delle Securities…..e prosegue …sono rincuorato dalla determinazione dei capi di stato e di governo dell’eurozona per mettere in atto prioritariamente tutte le decisioni presse dal vertice del 21 luglio e la riconvocazione anticipata di diversi parlamenti nazionali conferma la determinazione: tutto bene quindi.

Che l’obbiettivo del risanamento sia l’appropriazione dei beni comuni, appena in via di riconoscimento –parziale e confuso- a mezzo referendum, lo conferma Libero  (pg. 3) secondo l’europa è giunto il momento di abbattere gli steccati, lasciando la briglia sciolta alla concorrenza e per questo sollecita il governo ad agire in fretta, possibilmente per decreto. Liberalizzazioni e privatizzazioni sono belle cose, degne di un governo liberale. Peccato che un referendum voluto dall’Italia dei Valori (questo dovrebbe costituire monito per uclc) e appoggiato per convenienza dal PD abbia appena stabilito che i servizi pubblici, in particolare quelli che riguardano l’acqua, devono restare in mano pubblica… come si fa a vendere le municipalizzate…La lettura dei provvedimenti (imposti, suggeriti, richiesti, ventilati, paventati a seconda degli interessi dello scrivente) della BCE prosegue con una affermazione illuminante più della partecipazione a tutti i tavoli e officine dell’estate: se l’impresa va a gonfie vele il lavoratore guadagna, altrimenti NISBA.   

E’ evidente che tutto passa attraverso l’appropriazione della produzione delle singolarità, sia essa l’impegno lavorativo esteso all’intera vita, sia essa qualsivoglia attività utilmente aggredibile: i risparmi, la casa in proprietà, quanto di nostro tesaurizzato dallo stato nel corso di centinaia di anni.

Il capitale autonomizzatosi da ogni istanza produttiva e dipendenza attiva e riprende in continuazione la gestione di ogni nostro gesto attraverso la direzione delle crisi (dell’unica perpetua crisi), tanto che la sola spendita della “prossima” crisi già di per sé risulta fonte di controindicazioni, misure difensive ma soprattutto di un’unica azione diretta alla completa apprensione dell’uomo e del comune che produce.

Il capitale, come la misera stampa nostrana ripropone, afferma l’uscita dalla crisi (meglio evitare il peggioramento, o ancora l’irreversibilità della stessa) attraverso la demolizione di ogni modalità di commistione delle singolarità attuatasi nel tempo.

La privatizzazione assoluta e definitiva, la cartolarizzazione della vita è l’obbiettivo.

Per tale ragione non si deve “collaborare” all’attuazione di alcuna misura per evitare il default (sia tecnico, sia effettivo) dello stato, al più plaudendo all’adozione di una misura unitaria europea in analogia al veicolo Efsf, ma che vada oltre al fine originario di preservare la stabilità finanziaria dell’eurozona.

Ogni tensione dovrà poi avere connotato europeo, essere volta alla costruzione giornaliera del default nostro quali miseri uomini-impresa e dello stato che ci ospita.

Si può affermare quindi che si tratta effettivamente di un problema politico, ma non nel termini di leadership o di ricerca di un soggetto che sappia imporre misure anticrisi (come tutti ieri si affannavano a dire), bensì nel senso di sviluppare una repulsione verso ogni provvedimento di austerità e contenimento della spesa,  giungendo ad invocare il diritto alla rendita garantita quale, purtroppo parzialissimo, ristoro del furto di vita subito.

 

 

 

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