In fuga dal Sud. Sulla diserzione dalle reti locali di potere nel Mezzogiorno

 

di FRANCESCO PEZZULLI

Vorrei qui con voi soffermarmi, brevemente, su quattro aspetti inerenti In fuga dal Sud: il primo riguarda le motivazioni e l’ipotesi che hanno ispirato il lavoro. La seconda e terza questione, invece, sono incentrate sul rapporto tra migrazioni qualificate e governi repubblicani e sulla peculiarità delle attuali migrazioni qualificate rispetto al passato. Il quarto aspetto, sul quale ha ruotato gran parte del dibattito seguito alla pubblicazione del lavoro, riguarda la dimensione politica delle odierne fughe.

I. Il tentativo di In fuga dal Sud è stato quello di mettere alla prova dei fatti una ipotesi emersa in alcuni esercizi di ricerca preparatori, condotti nell’ambito della cattedra di Sociologia dello Sviluppo della Sapienza di Roma, nella quale ho lavorato fino all’anno accademico 2010 – 2011. In questi primi lavori, condotti su base locale e riguardanti uno specifico ambito lavorativo (i professionisti dell’informatica calabresi), sono state subito evidenti alcune questioni che, con l’andare avanti del lavoro, si è pensato potessero essere generalizzabili anche in altri contesti e per altri lavoratori. In modo schematico:

  1. la distruzione di importanti “prerequisiti” (consorzi e forza lavoro qualificata), formatisi grazie ad una serie di congiunture favorevoli, condotta dalla Regione tramite pratiche neofeudali dalla forte impronta clientelare;
  2. i tassi molto elevati di “produzione” ed emigrazione di forza lavoro qualificata (l’Università della Calabria, in rapporto ai laureati ed alla popolazione residente è quella con il più alto numero, a livello nazionale, di laureati in discipline informatiche; nel quindicennio 1991 – 2006 sette laureati su dieci in dette discipline sono emigrati);
  3. le determinanti “culturali” del processo migratorio, ossia il fatto che i giovani incontrati non facessero quasi mai riferimento alle condizioni materiali d’esistenza come “causa” della loro scelta migratoria;
  4. un evidente e consapevole rifiuto dei valori e delle pratiche sociali dei contesti di provenienza, legata al desiderio di vivere in un contesto sociale e culturale differente, da parte dei migranti.

Quest’ultimo aspetto ha fatto si che utilizzassimo la categoria della fuga come chiave analitica ed interpretativa delle attuali migrazioni meridionali. L’ipotesti emersa nei lavori preparatori, e confermata nel libro in anni seguenti, può essere definita nel modo seguente: «le migrazioni meridionali qualificate dipendono dallo scarto esistente tra la soggettività dei migranti, in continua crescita, e le reti sociali e professionali nei quali sono coinvolti nei contesti di provenienza, sostanzialmente arretrate».

II. La fuga determinata dal rifiuto dei rapporti sociali, clientelari, del Mezzogiorno non è un fenomeno recente e non ha coinvolto soltanto gli attuali giovani laureati e lavoratori qualificati. Il fenomeno è stato costante per l’intera storia unitaria e gli interventi politici volti a fronteggiarlo (o favorirlo) sono stati diversi, cosi come sono state differenti le analisi e valutazioni che ne hanno supportato l’azione. Già nel 1901 F. S. Nitti, dopo aver preso atto che a ben poco erano servite leggi restrittive di accesso agli studi universitari promulgate dai precedenti governi, in un “discorso ai giovani italiani” parla degli “spostati” – ovvero dei laureati disoccupati – come del peggior pericolo rivoluzionario per l’Italia. La figura dello spostato è tratteggiata come quella di un potenziale sovversivo, dedito all’agitazione popolare, immerso nel conflitto sociale e operaio particolarmente acuto in quegli anni. Un soggetto pericoloso, si direbbe oggi, per sconfiggere il quale anche i freni alla scolarizzazione furono applicati dai ministri dell’istruzione come misure di un vero progresso sociale. Sulla base di simili considerazioni le migrazioni qualificate dei primi del ’900 vennero fortemente favorite dai governi dell’epoca, che ne esaltarono gli effetti in termini di ordine sociale e, non in ultimo,

le facoltà pedagogiche. L’idea di fondo era che gli spostati, una volta trovato un lavoro adeguato al loro titolo di studio (o perlomeno un lavoro che in qualche modo li “integrasse”), avrebbero abbandonato ogni velleità rivoluzionaria. Per usare le parole di A. Landra: trovando un sicuro e tranquillo guadagno, non potranno fare a meno di sapere saviamente dirigere le masse dei lavoratori e di esercitare benefica influenza.

Più avanti negli anni, in un altro momento fondamentale dello sviluppo capitalistico nazionale, gli anni ’50, il problema degli spostati cambia radicalmente. I vincoli all’istruzione e le migrazioni qualificate iniziano ad essere considerate come segnali di arretratezza socioeconomica, quindi fattori negativi da limitare quanto più possibile. In vista di uno “straordinario” decollo i primi governi repubblicani favorirono la più estesa opera di scolarizzazione mai avvenuta, al fine di evitare, per usare le parole del presidente dell’IRI dell’epoca, una strozzatura al divenire economico del paese. La carenza di materia grigia, come si usava dire, fu presto colmata, ma numerosi professionisti – terminati gli studi – si trovarono senza nessun piano industriale da gestire o amministrare e partirono; mentre altri si occuparono degli interventi che, dopo il primo decennio d’applicazione, divennero sempre più razionali dal punto di vista politico elettorale e sempre più inconsistenti in termini di sviluppo produttivo: il sottosviluppo, è stato scritto, produce istruzione per le aree sviluppate.

Nei decenni a noi più vicini le componenti istruite dei migranti meridionali tornano ad essere oggetto d’interesse politico legislativo. Questa volta, però, l’obiettivo è quello di frenare i trasferimenti e implementare una politica di rientri. Al tempo della cosiddetta knowledge society di spostati ce ne è sempre più bisogno e le migrazioni qualificate cominciano ad essere imputate al tessuto imprenditoriale e istituzionale locale, del tutto incapace a sfruttare le enormi potenzialità offerte dal lavoro cognitivo. Paradossale è stata la parabola dei laureati e professionisti emigrati nel corso del novecento: da soggetti indesiderati, dopo un secolo di trasferimenti, sono diventate figure emblematiche dello sviluppo economico dei contesti di destinazione e della scarsa capacità innovativa di quelli di partenza. La loro fuga, lungo i decenni, è diventata a tutti gli effetti il sintomo evidente delle contraddizioni sociali e produttive che l’Italia si trova a vivere in questa nuova epoca di capitalismo cognitivo.

III. Anche la categoria della fuga come rifiuto e desiderio, dicevamo, ha una sua storia peculiare relativamente alle migrazioni dal Mezzogiorno italiano. La grande differenza tra i tre periodi appena citati, che nei fatti corrispondono alla “formazione”, “modernizzazione” e “globalizzazione” del moderno capitalismo italiano, è che nei primi due la fuga era in ogni caso l’esito della sconfitta di lotte sociali portate avanti da soggetti in aperto antagonismo, nel terzo periodo, invece, la fuga non sembra passare attraverso il conflitto, ma piuttosto sembra aggirarlo, si presenta come sottrazione allo scontro ed anche alle fatiche organizzative e politiche che questo comporta.

Per fare un solo esempio di come furono le lotte sociali ad imporre le trasformazioni alle quali abbiamo accennato (ossia i differenti cicli di accumulazione), trasformazioni che decretarono la fuga dei migranti, basta ricordare cosa successe nel quinquennio tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ‘50: tra il 1944 e il 1949 vennero inflitti ai cittadini di Lavello, che parteciparono in massa alle occupazioni di terre, oltre mille anni di carcere. Nel 1945, a Minervino, dopo numerosi ferimenti, l’arresto di due contadini e l’uccisione di un altro, il tenente a capo dell’operazione insieme a venti carabinieri venne trattenuto in ostaggio dalla popolazione per una ventina di giorni; dopo dei quali le forze dell’ordine furono costrette ad accettare lo “scambio dei prigionieri”. Nel 1949 sedici comuni delle province di Catanzaro e Cosenza decisero di occupare delle terre. Per l’operazione erano attesi dai dirigenti del Partito Comunista seimila contadini, che si sarebbero diretti verso i latifondi prestabiliti: all’appuntamento si presentarono in quattordicimila. Nello stesso anno, al tallone della penisola salentina, in quarantacinque giorni furono occupati più di mille ettari di terra.

L’anno precedente la Riforma le lotte contadine toccarono il loro apice e, di converso, l’intervento statale aumentò il livello repressivo e poliziesco. Mario Scelba, insediatosi al Ministero dell’Interno nel secondo governo De Gasperi, diede ordine ai prefetti di far intervenire duramente la polizia verso ogni illegalità. A Melissa, nel mese di Ottobre, la celere spara su un gruppo di contadini che pacificamente occupavano le terre. Uccidono tre persone e ne feriscono una ventina. Poche settimane dopo l’ambasciatore statunitense a Roma, in una riunione al Dipartimento di Stato, sintetizza in questi termini i timori generalizzatisi dopo l’eccidio: «profondamente convinto come sono che la Riforma Fondiaria è una necessità politica per la sopravvivenza di un governo democratico in Italia, è per me ovvio ritenerla cosi necessaria da un punto di vista politico che essa andrebbe fatta anche se la produzione rischierà una riduzione temporanea». Era arrivato il momento, parafrasando un famoso discorso di De Gasperi, di trasformare il contadino in proprietario la dove non è tale.

Questa trasformazione negli anni ’50 è possibile. L’industrializzazione dell’agricoltura comincia infatti a liberare i contadini dalla tradizionale “fatica” dei campi, ma allo stesso tempo – secondo la ferrea legge dell’accumulazione capitalistica – inizia a renderli “eccedenti”. Se dunque la Riforma Agraria decretò, da un lato, la fine del latifondo meridionale (quasi un milione di ettari suddivisi dai vari enti di riforma nel corso del decennio 1950 – 1960), da un altro lato sancì la definitiva sconfitta del Movimento contadino, che bisogna riconoscere avvenne anche a causa della strategia di larghe alleanze che il Partito Comunista volle attuare per gli obiettivi di Riforma. A nulla valse la scoperta «di riserve di combattività tra i contadini che non conoscevamo», come lo stesso Togliatti ebbe a dire, quello che si privilegiò fu un “movimento per la riforma agraria” che riuniva in sé operai, braccianti, artigiani, contadini, piccola borghesia, professionisti… insomma, tutta la popolazione, come assiduamente ribadivano i Comitati per la terra costituiti dal Partito nel 1947. L’opzione gramsciana, di alleare i contadini poveri del Mezzogiorno e gli operai del Nord, non fu ritenuta degna d’attenzione, troppo distante e contraddittoria dagli obiettivi riformisti della via italiana al socialismo. Sappiamo oggi le conseguenze politiche (per il partito) ed esistenziali (per milioni di contadini) di una Riforma agraria dalle larghe alleanze.

Potremmo continuare con altri esempi di fughe come esito di lotte sconfitte anche per il periodo che va dall’Unità fino alla prima guerra mondiale, ma non possiamo fare la stessa cosa, neppure tramite forzose analogie, per quanto riguarda la nostra contemporanea globalizzazione capitalistica. Non possiamo perché le attuali fughe non sono conseguenze di lotte sconfitte ma, forse, probabilmente, come proveremo a dire, sono esse stesse nuove modalità di lotta.

I giovani meridionali incontrati durante il lavoro di ricerca (oltre 500 intervistati a mezzo questionario e 60 intervistati in profondità) non hanno generato, a dispetto di quanto accadeva per le precedenti generazioni, particolari problemi alle reti locali, non hanno lottato per lavorare e integrarsi nelle città d’origine, non sono stati espulsi dai contesti di provenienza. Sono partiti senza nessun tipo di rancore, quasi contenti di intraprendere un nuovo percorso con prospettive diverse da quelle conosciute fino a quel momento nei contesti di provenienza. Quando hanno preso atto che per vivere e lavorare nel Mezzogiorno sarebbe stato necessario trovare un amico politico e relazionarsi con clientele locali non hanno avuto grandi perplessità nel decidere quale era la cosa migliore da fare, andarsene! Come ha affermato Edith Pichler a proposito dei giovani italiani in Germania:

«I giovani italiani che si dirigono in Germania sono distaccati dalla loro società di partenza. Soprattutto se facciamo riferimento alle precedenti generazioni di emigrati dal mezzogiorno, per i quali l’attaccamento era molto forte, le differenze sono evidenti; il modo di fare dei giovani odierni è molto razionale, dopo i primi mesi di permanenza capiscono che ce la possono fare a vivere fuori dal controllo familiare e sociale. Ne ho intervistati diversi e per quasi tutti c’era una sorta di repulsione verso i gruppi di potere delle loro città, quelli che una volta venivano definiti notabili e boss politici locali che per quanto ne so io, e per quello che mi raccontano, questi boss sono ancora oggi in grado di esercitare una forte pressione. Io credo che una delle motivazioni della partenza di questi giovani sia proprio questa pressione».

IV. Le migrazioni come “sottrazioni” dalle reti di potere, nelle quali rientrano a pieno titolo anche le attuali fughe meridionali, secondo le correnti filosofico politiche più significative  possono essere considerate come nuove forme di lotta, ancora spontanee, ma probabilmente non meno incisive. La fuga, da quest’angolazione, non è sinonimo di rifiuto del conflitto, ma si prefigura come una nuova modalità di quest’ultimo. Vale la pena leggere, a tal proposito, cosa scritto da Negri e Hardt in Impero, un libro riconosciuto globalmente come un contributo fondamentale per la comprensione della globalizzazione capitalistica e della costituzione politica del presente:

«Mentre nella modernità essere contro significava, per lo più, un’opposozione diretta e/o dialettica tra forze, nella postmodernità, l’efficacia dell’essere contro si manifesta assumendo posizioni oblique e diagonali. Le battaglie contro l’impero possono essere vinte con la sottrazione e la defezione. La diserzione non ha luogo: è l’evacuazione dai luoghi del potere. (…) La mobilità e il nomadismo di massa dei lavoratori hanno sempre espresso un rifiuto e la ricerca di una liberazione: la resistenza contro le orribili condizioni dello sfruttamento e la ricerca della libertà e di nuove condizioni di vita. Sarebbe in effetti interessante scrivere una storia generale dei modi di produzione dal punto di vista del desiderio di mobilità dei lavoratori (dalla campagna alla città, dalla città alla metropoli, da uno stato all’altro e da un continente all’altro) piuttosto che ripercorrere questo sviluppo solo sulla linea della regolazione capitalistica delle condizioni tecnologiche del lavoro».

L’indicazione è significativa ed affascinante. Si può ripercorrere la storia del capitalismo anche dal punto di vista soggettivo dei migranti, a partire dal loro rifiuto dell’esistente e dal desiderio di cambiare vita. I percorsi e le strategie messe in atto da chi sceglie la fuga, quindi, non vanno considerate esclusivamente come conseguenze necessarie dei processi strutturali dell’accumulazione capitalistica, cosi come i migranti in carne ed ossa non sono solo “vittime passive” di un progresso che, per usare le parole di Rosario Romeo, non poteva che avvenire a costo del loro sacrificio.

E’ bene ribadire questa duplicità soprattutto oggi che le migrazioni storiche italiane – dopo oltre un secolo di indagini sociali appropriate – sono divenute fonte d’ispirazione per scrittori giornalisti, ed aspiranti tali, per i quali i migranti sono stati principalmente dei “poveri cristi”, dei “pellegrini” (cosi definiti in prima pagina di un best sellers sull’argomento) che pagano il fatto di essere nati in un paese “malato” e che quindi sono stati costretti a trasferirsi in città del lavoro che nascondono soprusi ed ostilità. Preoccupate di raccontare le Odissee dei vinti che scappano da nature matrigne, queste narrative migratorie dimenticano che gli stessi vinti sono stati soggetti che hanno lottato contro i processi di espulsione, prima, e quelli di integrazione poi. Ma il filo narrativo è quello delle singolarità passive, sballottate qua e la per gli stabilimenti industriali del pianeta, senza alcuna soggettività se non quella dettata dalle necessità materiali e, quindi, definita da comportamenti ubbidienti e razionali. La storia delle fughe meridionali è invece una storia incredibilmente attiva, continuamente attraversata da episodi di resistenza e di lotta contro lo sfruttamento, una storia di produzione della ricchezza sociale e di tentativi di appropriazione diretta della stessa. Se alle Odissee non si aggiunge anche tutto questo, queste ultime non possono che essere considerate come vere e proprie mistificazioni.

La categoria della fuga, per tornare a noi, ha dunque una valenza politica (oltreché sociologica) particolarmente importante dal momento che, rispetto a “trasferimento”, “emigrazione” o “partenza”, insiste sulla dimensione soggettiva della scelta piuttosto che sulle caratteristiche impersonali del fenomeno.

Tale questione, a proposito del Mezzogiorno, è stata sollevata di recente da Marco De Marco nel suo Terronismo che, rifacendosi a In Fuga dal Sud, è arrivato a definire i giovani laureati in fuga come dei “veri rivoluzionari”: «apparentemente meno pericolosi degli spostati di cui parlava Nitti ai primi del ‘900, eppure la loro rivoluzione, seppur silenziosa, non è meno dirompente». Tale interpretazione insiste sul fatto che i giovani in fuga lavorano allo svuotamento del Mezzogiorno e questo svuotamento condurrà nel breve o medio periodo ad una insostenibilità politica ed economica del Mezzogiorno stesso, insostenibilità per la quale il cambiamento sarà obbligato. Non saprei dire, senza un’indagine di supporto, se lo svuotamento sia funzionale o meno alla governance delle regioni meridionali da parte delle reti locali di potere. Alla fin dei conti, come rilevarono decenni orsono Serafini e Ferrari Bravo nel loro straordinario lavoro, Stato e Sottosviluppo, «andarsene è si negare la propria forza lavoro al padrone, ma è anche negare se stessi a una possibile organizzazione politica». Quello che invece mi sembra importante sottolineare è che la fuga dei giovani meridionali è politica in quanto suggerisce una pratica politica da replicare anche all’interno dei diversi contesti meridionali: l’indisponibilità alla corruzione etica ed al clientelismo delle reti locali, l’evacuazione dai luoghi del potere.

* Intervento alla presentazione della ricerca In Fuga dal Sud. Migranti qualificati e poteri locali nel Mezzogiorno organizzata dalla società Dante Alighieri di Berlino e il Com.It.Es di Berlino Brandeburgo (Società Dante Alighieri, Nollendorfstraße 24, 3 luglio 2012).

 

 

 

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