Le tre parole di un progetto in via di costruzione

 

di BENEDETTO VECCHI

Recensione di ”Comune, Comunità, Comunismo” (collana UniNomade di ombre corte, 2011)

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Nella dilagante retorica dei beni comuni, questo libro collettivo si propone un obiettivo ambizioso: stabilire nessi, ma anche distanze tra la riflessione anglosassone e quella europea sui commons, dove il comune è spesso usato come parola per dissimulare un progetto teorico e politico che si propone la rifondazione del concetto di comunismo. I testi che compongono Comune, comunità, comunismo (ombre corte, pp. 156, euro 15) non nascondono però la sedimentazione teorica che accompagno i tre termini, anche se ne discostano significativamente. Per questo, vanno introdotte delle premesse per meglio contestualizzare i contributi presenti nel libro. Comune è un termine usato per idividuare tanto i beni comuni – acqua, terra, energia, ma anche la conoscenza, l’habitat sociale – quanto le caratteristiche presenti nella specie umana – il linguaggio, ad esempio – e quanto viene prodotto dalla cooperazione sociale. Comunità, invece, è la bestia nera di ogni pensiero critico. Il comunismo, infine, è il termine che più si presta ad equivoci, vista l’apocalisse culturale che ha preso avvio con il crollo di regimi politici che si richiamavano a quella idea, mentre edificano una società non certo di liberi ed eguali.

 

Il tramonto del liberismo

Una matassa difficile da sbrogliare. Il merito del volume è che tutti i contributi provano a dipanarla, tenuto conto che l’occasione per farlo è stato un simposio organizzato alla Duke University nel 2009, cioè quando gli effetti della crisi economica stavano cominciando a rimodellare i panorami sociali e politici del pianeta. Chi ha organizzato quell’incontro, Anna Curcio e Ceren Özselçuk, era mosso da un interesse teorico, ma soprattutto politico. Come pensare un’alternativa al neoliberismo declinante, facendo leva su quanto di innovativo, e radicale nelle proposte, è emerso nei movimenti sociali globali? Questa la domanda implicita dietro quell’incontro.

Le coordinate teoriche sono chiare – comune, comunità, comunismo – e altrettanto chiara la volontà di non alimentare nessun mimetismo per percorsi teorici e politici che, per semplicità, possono essere definiti ortodossi. In altri termini, comune e comunità non sono usati, come spesso accade in teorici come Alain Badiou e Slavoj Zizek, come travestimenti per proporre un’idea di comunismo sempre eguale a se stessa, indipendentemente dal quanto è accaduto nel corso del Novecento. Esemplare, per forza espositiva è, a questo proposito il testo di Michael Hardt, che sgombra il campo da equivoci: il comune e il comunismo a cui si fa riferimento sono anni luce lontani dall’esperienza del socialismo reale. Più articolata invece la costellazione teorica a cui fare riferimento. Il marxismo di Louis Althusser, perché capace di misurarsi con alcuni nodi teorici e politici già evidenti negli anni Settanta. Il concetto di classe – un nulla che vuole diventare tutto -, il ruolo dello Stato come fattore dinamico nella riproduzione del regime di accumulazione; e per questo autonomo dai capitali operanti; i processi di costituzione della soggettività, meglio del soggetto della trasformazione. Temi ripresi dagli allievi del filosofo francese e articolati in forme originali.

 

Singolarità in azione

Da questo punto di vista la scelta di invitare Etienne Balibar è stata più che felice, alla luce della sua recente elaborazione del concetto di transindividuale derivato da Baruch Spinoza e del tema della egaliberté, cioè quel legame indissolubile tra libertà e egualglianza che Balibar vede in «azione» dentro i movimenti sociali e che funziona come una potente valorizzazione delle singolarità. L’altro riferimento teorico è la cosiddetta scuola postoperaista, che con Toni Negri e Michael Hardt ha usato il termine comune come critica immanente del capitalismo contemporaneo.

Come scrivono i curatori del volume, la messa in relazione di queste due scuole di pensiero non è casuale. Tanto il marxismo althusseriano che il postoperaismo hanno lavorato teoricamente sugli stessi temi, dandogli tuttavia risposte differenti. Ed è con vero interesse che si può leggere il dialogo tra Balibar e Negri. Entrambi hanno volto le spalle alla tradizione comunista tradizionale; entrambi sono consapevoli che l’opera di Marx è sicuramente ancora una fonte di ispirazione, ma che il capitalismo è stato profondamente trasformato da oltre un secolo di conflitti di classe da avere bisogno di uno sforzo analitico supplementare, a cui tendono i testi di Gigi Roggero, Anna Curcio e la direttrice di «Rethinking Marxism» S. Charusheela.

Sia ben chiaro, il volume ha una forte intenzionalità politica. E anche se l’incontro propedeutico ai testi è avvenuto in una università, c’è ben poca accademica nei materiali presentati. La posta in gioco è la crisi del capitalismo e la possibilità di individuare vie d’uscita che pongano le condizioni, appunto, a una società di liberi ed eguali.

Il comune presentato da Negri non si limita ai beni comuni, anzi propone di superare la distinzione tra comune naturale e comune artificiale che è dominante nella riflessione anglosassone. Perché se il comune naturale è segnato da quella scarsità che il pensiero liberale usa per legittimare la sua gestione capitalista, per il comune artificiale la scarsità non ha ragione di essere. La conoscenza, quando usata, non corre il rischio di esaurirsi. Anzi il suo uso l’accresce di nuovi ordini del discorso. La scarsità è dunque creata attraverso una governance del processo produttivo che produce segmentazione e frammentazione del lavoro vivo. Oppure attraverso il regime della proprietà intellettuale. Una definizione del comune comporta quindi un’analisi dei rapporti di produzione e di un processo lavorativo che ha bisogno di invenzione, di creatività, di innovazione. Dunque di una cooperazione produttiva «libera». E tuttavia il capitale se ne appropria. Come riconquistare questo comune produttivo? domanda Negri. Organizzare il lavoro vivo, che presenta quelle caratteristiche che Spinoza ha chiamato moltitudine, è la risposta.

 

Oltre il presente

Un ragionamento che non convince del tutto Balibar. I suoi dubbi non riguardano tanto le trasformazioni del capitalismo e della composizione del lavoro vivo. Si concentrano, invece, sulla possibilità di far ruotare il discorso politico attorno ai soggetti della produzione. Se ci troviamo di fronte alla moltitudine, i rapporti sociali di produzione sono uno e non è detto il più importante fattore su cui far leva sulla lotta contro il neoliberismo. Piena sintonia, invece, sulla critica del concetto di comunità. In questo caso, sia Negri che Balibar ritengono la «comunità» una categoria da trattare con diffidenza, perché cancella appunto quella eterogeneità che caratterizza la moltitudine.
Discussione importante e di pregnante attualità. Non solo perché la crisi ha continuato a terremotare il capitalismo statunitense e europeo, ma perché le risposte politiche che sono messe in campo oscillano tra una nostalgia del passato e una sorta di liberismo sociale, che riscopre i valori della comunità e l’etica sacrificale del lavoro. E che dunque offre spunti e possibili vie d’uscita da questa mefitica tenaglia.

* Pubblicato su “il manifesto”, 11 agosto 2011

 

 

 

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