Il 15 a Roma

 

di SANDRO CHIGNOLA

Che il 15 a Roma sia andata in scena una piece in tre atti, e’ un dato sul quale tutti possiamo concordare. Il primo atto e’ un atto mancato, l’aborto di un copione gia’ visto. Il tentativo di resuscitare il social forum di Genova dieci anni dopo la sua morte. E’ stata la parte più straniante della giornata. Da una parte il cappello della rappresentanza per catturare gli ultimi dieci anni di moblitazione sotto l’ombrello dell’opinione e farsi forti della propria capacita’ di tradurli in rendita di posizione: stessi professionisti della parola, stesse difficoltà di traduzione. Dall’altra il lato oscuro di una mobilitazione che si e’ generalizzata attraverso il filtro del’antipolitica e dell’antiberlusconismo, quasi la crisi fosse colpa di Berlusconi. Ho visto gente con il Fatto quotidiano ostentato come fosse un giornale della quarta internazionale, tricolori costituzionali, alzarsi odi a Napolitano, prima ancora di veder partire posse di grillini alla caccia dei black block. Il secondo atto e’ stato l’intermezzo comico. Le vetrine infrante e gli incendi a mimare infantilmente i fuochi di guerriglia.

Il terzo atto e’ stato l’impromptu: qualcosa che poteva essere e in parte e’ stato; qualcosa che si e’ affacciato e che si è reso percepibile… In Piazza s. Giovanni le cariche di polizia hanno acceso una resistenza che non si e’ generalizzata, e che tuttavia era disposta a generalizzarsi.. Chi era la gente che si e’ fatta coinvolgere, quella che non e’ scappata, quella che giubilava al termine della controcarica? So che cosa non era: non il volo di passeri spaventati della propria stessa potenza, quello che ondeggiava pericolosamente ad ogni stormire di fronda, impauriti perché incapace di riconoscersi. Era altro da questo. Era un accumulo elettrico, un contagio. Il ripetersi di una condizione e di una vibrazione. Indignazione autentica. Non Pöbel, ma moltitudine di espropriati, di poveri; non esclusi, ma inclusi in termini differenziali,  inclusi in quanto indebitati – e dunque controllati che odiano il controllo a vita. Schegge di una composizione frammentata; in divenire, non organizzata e non rappresentabile.

Ed e’ questo che fa segno… Come organizzare ciò che non e’ organizzato; che e’ soggetto – soggetto di attacco,  soggetto all’ordine del  discorso legalitario e antiberlusconiano, soggetto afasico delle proprie passioni -, e che si compone solo moltitudinariamente e in forma reattiva? Certo non nella compressione “democratica”, filtrandone le passioni e annettendole al circuito dell’opinione… E’ un “Fatto (quotidiano)”, almeno questo…

E poi: quanto pesante e non organizzabile rischia di essere una partecipazione di massa che, da una parte si determina in termini fantasmatici (il partito di movimento che non c’è.. Forse meglio i maledetti anni 70, gli anni ai quali saremmo ossessivamente legati, che l’ottocentesco partito d’opinione…) e dall’altra si fa forte della passività, dell’impotente protagonismo del fare le foto ai margini di una piazza in ebollizione?

E’ dentro questa ambivalenza che occorre collocare la giornata del 15. Una composizione sociale nuova, fatta di pischelli, precari figli di precari per cui il no future diventa condizione materiale di esistenza, e una composizione politica che si spalanca come compito organizzativo tra due  impotenze che si specchiano l’una nell’altra. Mai si potrà portare a rappresentanza l’irrapresentabile. Mai la rabbia inarticolata della cieca furia potrà smuovere chi la rivoluzione pensa possa andare in diretta tv. Si aprono praterie nelle quali farsi avanti con la tranquilla potenza dei bisonti….

20 ottobre 2011

 

 

 

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